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giovedì 12 dicembre 2013

Chi ha orecchi, ascolti!

IL VANGELO DI OGGI
Mt 11,11-15
In quel tempo, Gesù disse alle folle:
«In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.
Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono.
Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni. E, se volete comprendere, è lui quell’Elìa che deve venire.
Chi ha orecchi, ascolti!»
Gesù, rivolgendosi alle folle, disse che mai nessun uomo, nato da donna, fosse più grande di Giovanni Battista, il precursore e annunziatore della venuta di Cristo, che avrebbe  attuato il regno di Dio sulla terra, un regno di amore e di fraternità universale, ma  fortemente ostacolato dai violenti, i quali se ne volevano impadronire già  d’allora e, purtroppo, ciò continua ad  accadere anche ai giorni nostri, dove impera  l’indifferenza, la mancanza d’amore e  l’assenza di disponibilità verso i fratelli bisognosi.
  Gesù così conclude :”Chi ha orecchi intenda” un’espressione spesso usata dal Signore per attrarre l’attenzione  sui suoi insegnamenti e sulla sua parola, perché non tutti vogliono ascoltarlo né condividere i suoi comandamenti difficili da attuare senza la grazia di Dio e la disponibilità fraterna. Nelle sue parole c’è la speranza della vita eterna e il sostegno per affrontare il duro cammino della vita.

Renato

mercoledì 11 dicembre 2013

Il ristoro della vita

IL VANGELO DI OGGI
Mt, 11,28-30
In quel tempo, Gesù disse: "venite a Me, voi tutti che siete stanchi e oppressi e Io vi darò ristoro.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero."
Questo passo del Vangelo, mi ha sempre colpito e non vi nego che è stato anche motivo di conversione per la mia vita perché, spesso, avevo camminato su sentieri mal tracciati. Ed ecco la potenza di questo messaggio evangelico che mi ha folgorato dalla potenza delle parole di Dio: luce che guida i passi della mia esistenza, mi ha artigliato l'anima e ha vinto l'inerzia del mio disinteresse, infrangendo il silenzio del nulla con tenerezza e vincoli di amore. Gesù offre se stesso, ci cammina sempre al nostro fianco e quando le nostre forze vengono meno ECCOLO Lui ci sostiene su un palmo di mano. Questa esperienza mi ha condotto in un lembo di paradiso assaporando la condizione primordiale dell'Eden. Gesù ha un sogno per ognuno di noi, vederci felice e tutto ciò può avvenire solo se riusciamo ogni giorno a incarnare il suo amore e la sua grazia, perché Lui è VIA, VERITA' E VITA.
Grazie Gesù.
Basilio

martedì 10 dicembre 2013

La pecorella smarrita

IL VANGELO DI OGGI
Mt 18,12-14
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
"Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore ed una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita?
In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per la novantanove che non si erano smarrite.
Così è volontà del Padre vostro che è nei ciel
i, che neanche uno di questi piccoli si perda."
Madre Teresa di Calcutta diceva: “Non permettere che qualcuno venga da te e che poi vada via senza essere migliore e più contento”. Le sue parole, da un lato, invitano a essere testimoni d’amore e di bontà; dall’altro, rappresentano una esortazione a prenderci cura dell’ “altro” che Dio pone sul nostro cammino. Ogni incontro non è mai casuale: ma gli uni per gli altri siamo strumenti di Dio; nel bene e nel male delle relazioni che intessiamo. Dio, però, non è solo il buon pastore che va a recuperare la pecora smarrita, ma è la madre che si prende cura dei suoi figli: li genera, li abbraccia, li nutre, li ascolta, li rimprovera anche; li perdona e li ama. E, difatti, credo che sia proprio una questione di amore, disinteressato e fecondo, capace di andare al di là del proprio ego e guardare “alto” per concretizzare l’amore anche con chi non mostra compassione. Siamo chiamati dall’Amore a essere un buon pastore e, ancor di più, una madre, per realizzare l’amore con chi il Signore ci ha messo vicino nel lavoro, nello studio, in casa, in fraternità; con chi ci piace e con chi non ci è simpatico. Per non perdere alcuno e imparare che “anche il peggiore degli uomini ha le ali nascoste da qualche parte e bisogna aiutarlo ad aprirle invece di condannarlo” (M. Levy). Però, quest’amore, anche sacrificato e sofferto, se non è predisposizione dell’animo, richiede un atto di volontà che trova ragione nella fede, che ci permette di superare noi stessi per andare incontro all’altro e insieme fare festa.
Paola di G.

venerdì 15 novembre 2013

LA SAPIENZA DELLA POVERTA'. S. ELISABETTA MADRE DI TUTTI

Omelia della nostra sorella Paola durante il triduo di S. Elisabetta

Ieri abbiamo ascoltato dalla sorella Giovanna l’aspetto storico della vita di sant’Elisabetta, ma anche della sua profonda ricchezza interiore da divenire un faro per l’umanità.
E’ stata la prima santa francescana canonizzata, forgiata nella fucina evangelica di Francesco, ma di questo sentiremo parlare domani.

Nell’enciclica Deus caritas est,  di Benedetto XVI si legge: Abbiamo creduto all’amore di Dio, così Santa Elisabetta credette profondamente in questo amore.
Nella vita di santa Elisabetta si manifestano atteggiamenti che rispecchiano letteralmente il Vangelo di Gesù Cristo.
Ella cercò la sequela radicale di Cristo, secondo l’autentico stile di vita di Francesco. Il suo fu un impegnativo cammino di conversione, tutto orientato dall’amore di Cristo.  In questo cammino Elisabetta sentì come via privilegiata la povertà.
Rifiutò le apparenze e le ambizioni del mondo, il fasto della corte, le comodità, le ricchezze e gli abiti di lusso. Scese dal suo castello e mise la sua tenda tra gli emarginati, i feriti della vita, per servirli. Ella fu dimentica di se stessa fino a rendersi prossima a tutti i bisognosi, scoprì la presenza di Gesù nei poveri, negli emarginati della società, negli affamati e nei malati (Mt 25). Profuse tutta l’energia della sua vita per vivere la misericordia di Dio Amore e nel farla presente in mezzo ai poveri.

Elisabetta visse in pienezza il Vangelo della carità, della misericordia, dell’amore, nel secolo, nel mondo.
Per lei vivere il Vangelo fu imitare gioiosamente Cristo povero e crocifisso, imitare in quel “farsi poveri” per farsi prossimo, per farsi fratello.
Si sentì come Francesco chiamata alla povertà dalla povertà di Cristo che “da ricco che era si è fatto povero per noi”.  Come Francesco assunse la povertà, perché in Cristo la povertà è rivelata a noi come via di salvezza per tutta l’umanità.
Ella, che già era ben predisposta spiritualmente,  crebbe ancora di più secondo l’esempio di Francesco che chiama a vivere “senza nulla di proprio”, riconoscendo che ogni bene è proprietà di Dio e noi stessi siamo di Dio. Vivere “senza nulla di proprio” significa vivere non ponendo se stessi al centro della propria vita, ma ponendo Dio al centro e il suo mistero di amore, che ci rende figli e ci rende fratelli.
E lo sforzo costante di Francesco è quello di restituire tutto a Dio, di non trattenere per sé, condividendo con i fratelli, per riconoscere così in tutti la regalità di Dio e la paternità di Dio.
Elisabetta visse e concretizzò il Vangelo nella sua condizione di donna, di laica, di regina, di sposa, di madre, unendo insieme contemplazione e azione; nella fedeltà più piena alla propria posizione, alla propria condizione nel mondo, perché questa condizione faceva parte del dono di Dio, era grazia di Dio,  possibilità di rimando a Lui, condizione per amministrare e far fruttificare il talento dell’amore di Dio nel mondo, era terreno in cui seminare il bene e volgere il cuore dell’uomo alla misericordia di Dio.

Elisabetta si fece povera nella vita matrimoniale, ricercando sempre insieme al suo sposo, Ludovico di Turingia, la volontà di Dio.
Elisabetta si fece povera assumendo un movimento continuo di attenzione e di cura, di vigilanza evangelica, verso il proprio ambiente, la propria realtà. Animata dall’amore di Cristo, non esitò ad andare tra i poveri, a vedere con i propri occhi la loro condizione per comprenderla e farsene carico. Non esitò a compromettersi, a mettersi in campo per potersi prendere cura dei più deboli, di quelli che nessuno cura. Non esitò a cercare di farsi voce; non esitò a lenire in ogni modo possibile quella miseria, se non altro con la sua presenza, con la sua vicinanza. Non esitò a sentirsi familiare ai poveri, allargando i confini della propria famiglia, si fece tutto a tutti, madre di tutti.
Si è dunque ben lontani da qualche elargizione di denaro (anche se su questo piano Elisabetta arrivò a donare tutto quello che aveva e alla fine della sua vita disse: “Tutto ciò che c’è, appartiene ai poveri”). Siamo in presenza di un “farsi poveri” che diventa autentica prossimità, custodia della dignità dell’uomo, nell’esercizio di una misericordia che riesce a “restituire” al povero, con i beni materiali, anche l’amore divino.

Elisabetta si fece madre di tutti per condividere con tutti la buona notizia di un Padre che ci ama e che ci vuole tutti suoi figli. E quando ormai non più regina, cacciata dal castello, poté disporre pienamente di se stessa, arrivò ad accogliere come figli i malati, sentendoli come il dono più prezioso del Signore, sentendo tutta la gioia di potere in loro “lavare il Signore”, accudire le membra del Signore. Elisabetta si fece povera, anche nel tempo della corte, attraverso il lavoro, lavorando con le proprie mani: filava, tesseva per i poveri, per i frati, e così fino agli ultimi tempi della sua vita; costruì il primo ospedale come laica per soccorrere i malati, i pellegrini, i diseredati.
La sua carità non si limitò all’azione immediata, ma si fece provvidente, dando a ciascuno non solo il necessario per sopravvivere, ma anche gli strumenti per poter lavorare. Restituì così dignità al povero, al più debole, additando a tutti la necessità di partire dai più deboli, di tenere conto dei più deboli come fatto di civiltà.
La sua fraternità, il suo continuo prodigarsi, è proprio per dilatare la misericordia di Dio nel mondo, è proprio per assicurare una possibilità di accoglienza e di dignità a tutti, è per essere tenda del Signore in mezzo ai poveri. Ci invita a non arroccarci nelle sicurezze materiali o in una religiosità disincarnate, ma sta nello spendersi fino all’ultimo momento della propria vita.
Elisabetta, nel suo cammino perseverante di povertà per farsi tutto a tutti, ha rafforzato l’azione missionaria di tutta la Chiesa, incarnando e diffondendo la spiritualità francescana come fermento di vita evangelica nelle comuni occupazioni del mondo, ponendo il principio della fraternità a fondamento del rapporto tra gli uomini
Elisabetta ci rimanda all’ordine dell’amore di Cristo da seguire nella nostra vita. E quindi anche noi possiamo dire e concretizzare le parole Abbiamo creduto all’amore di Dio: un amore donatoci e offertoci con la vita e che possiamo restituire e rimandare a Dio attraverso i fratelli, non solo con le opere materiali ma anche con la nostra presenza e vicinanza.
Elisabetta ci richiama al senso vero della giustizia che è un rendere onore al piano di amore di Dio per l’umanità: un rendere onore che passa dalla nostra quotidianità, dal nostro stile di vita, che deve essere attraversato anche oggi dalla sapienza della povertà, ossia vivere senza nulla di proprio, se vogliamo che tutta la nostra vita possa davvero farsi carità.
Elisabetta ci ridice che la perfezione della carità è condivisione;  questo è il senso della fraternità.
Portare la sapienza della povertà nel nostro stato secolare diventa compito, missione, diventa la carità più grande per l’umanità del nostro tempo: il non trattenere per noi la buona notizia di un Dio che ci salva, che ci ha pensato e voluto come famiglia, di un Dio che si fa nostra compagnia perché la nostra vita possa essere piena e godere della sua beatitudine.
Nel fare memoria di S. Elisabetta, imploriamo dal Signore per sua intercessione di renderci capaci di restituire la grazia ricevuta. Spetta ora a noi, come ha fatto Elisabetta, di “portare Cristo nel nostro cuore e nel nostro corpo … per partorirlo” oggi, restituendolo con le opere sante che devono risplendere agli altri in esempio, fino all’ultimo momento della nostra vita.

Pace e bene
Paola Di Girolamo, Ofs,
15 novembre 2013, in occasione del Triduo per S. Elisabetta

giovedì 14 novembre 2013

NASCE ELISABETTA RICCHEZZA DI DIO E FARO PER L'UMANITA'

Omelia della nostra sorella Giovanna durante il triduo di S. Elisabetta

Innanzi tutto ringrazio la comunità dei padri cappuccini che anche quest’ anno in occasione del triduo di S. Elisabetta danno a noi dell’ ordine francescano secolare la possibilità di una riflessione  sulla Santa patrona dell’ ordine, da condividere con voi dell’ assemblea.
Elisabetta nasce in Ungheria nel 1207 da re Andrea II e la regina Gertrude.
A quattro anni è già fidanzata, i suoi genitori l’hanno promessa in sposa a Ludovico, figlio ed erede di Ermanno I sovrano di Turingia (all’epoca, questa regione tedesca era una signoria indipendente). Subito viene condotta nel regno del futuro marito, per vivere, crescere ed essere educata nella famiglia del fidanzato secondo un’ usanza abbastanza frequente in un epoca di matrimoni combinati dai parenti degli sposi fin dalla più tenera età.
Nel 1217 Ermanno I muore e gli succede il figlio Ludovico, che nel 1221 sposa solennemente la quattordicenne Elisabetta. Ora i sovrani sono loro due. Lei viene chiamata “Elisabetta di Turingia”.  Secondo tutte le fonti, si trattò di un'unione felice da cui nacquero tre figli, un maschio e due femmine.  Nel 1222 nasce il loro primo figlio, Ermanno. Seguono due bambine: nel 1224 Sofia e nel 1227 Gertrude. Ma quest’ultima viene al mondo già orfana di padre. Il quale partito per la sesta crociata in Terrasanta, non vedrà nemmeno la Palestina: lo uccide un male contagioso a Otranto. Elisabetta a soli vent’anni con tre figli, è già vedova. Da qui a poco Elisabetta, che sempre era stata ostacolata  dai  parenti del marito, viene cacciata, dalla corte insieme ai figli che in seguito le verranno tolti.
Fino ad ora abbiamo visto una panoramica storica di Elisabetta adesso entriamo nella caratteristica della sua vita: Elisabetta incominciò da subito a distinguersi in virtù e santità di vita. Con mitezza e dolcezza accettò e affronto la vita senza mai ribellarsi anzi trasformò ciò che erano organizzazioni, imposizioni degli altri e avversità della vita in modo semplice e sereno accettando tutto .  La sua testimonianza, tutta avvolta nella carità che è Dio, ci propone la vita cristiana come grazia, dono di Dio,con tutto quello che può contenere bello e brutto, facile e difficile. Crede fermamente in ciò che in quel periodo Francesco andava predicando : da Dio che è il bene, tutto il bene il sommo bene non può che venire bene.
Con questa ricchezza interiore con serenità amerà l’uomo che gli è stato scelto vivendo con lui pienamente, anche se per poco, la vocazione matrimoniale; diverrà regina ma sarà  una regina che serve e non che si fa servire,e quando, proprio per questo, sarà cacciata dai familiari del marito, dal suo castello insieme con i suoi figli va presso un convento e prima ancora di chiedere ospitalità chiede di recitare il Te Deum, la preghiera di ringraziamento. Come non leggere in questo suo affrontare le vicissitudini  della vita l’ attuazione della perfetta letizia. Anche questo è una testimonianza di come Elisabetta fosse attratta a vivere la fede secondo quella spiritualità che si andava diffondendo, la spiritualità francescana. Le sarà arrivata dritto al cuore la lettera a tutti i fedeli che Francesco  scrive :“Tutti coloro che amano il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente, con tutte le loro forze e amano il prossimo come se stessi …..e fanno degni frutti di penitenza: quanto mai sono felici questi e queste facendo tali cose e preservando in esse …” (cfr FF 178). Queste sono le parole che Elisabetta ha certamente sentito nella sua vita dai primi Frati giunti in Germania. Queste le parole che Lei incarna in maniera eccelsa, rendendo evidente nei fatti come la via della penitenza, della conversione, non sia qualcosa di lugubre, fatta di digiuni, e di mortificazioni, ma sia soprattutto e innanzitutto un programma di amore, di crescita nell’amore, in quell’amore che ci ha creati e redenti. Questo amore è il Cristo ed ella conobbe ed amò Cristo nei poveri. E’ fedele a Gesù e al suo Vangelo, attua pienamente le beatitudine evangeliche: beati i puri di cuore, ed ella e pura e umile, beati i poveri , ed ella diventa povera, beati i perseguitati, ed ella è perseguitata  e in tutto questo non smette mai di essere grata a Dio. Che bella testimonianza da hai suoi figli quando non avendo più una dimora comunque ringrazia Dio incoraggiandoli alla vita e alla speranza come fa con i poveri e gli ammalati che assisterà. 
Elisabetta per tutto questo verrà definita, dal suo padre spirituale ricchezza di Dio e aggiungiamo faro dell’ umanità.

Elisabetta è un vero gigante della fede, della speranza, della carità, che nella sua intensa se pur breve vita  - morirà infatti a 24 anni - , ci manifesta tutta la potenza dell’amore del Signore che ha reso fecondo ogni attimo della sua esistenza, e non solo per il suo tempo, ma per ogni tempo. Anche per noi oggi è un esempio che incoraggia, penso alle tante famiglie dove, viene colpita la dignità perché non c’è più fonte di guadagno perché si è perso il lavoro,  dove c’ è incertezza di mantenere una casa  e crescere i figli, dove i giovani appaiono smarriti e senza futuro.  Allora coraggio Dio è con noi questo ci dice appunto con la sua vita Elisabetta ricchezza di Dio e faro dell’ umanità.

Pace e bene
Giovanna Sindaco, Ofs,
14 novembre 2013, in occasione del Triduo per S. Elisabetta

domenica 18 novembre 2012

SANT'ELISABETTA, LAICA E SANTA: LA CHIAMATA UNIVERSALE ALLA SANTITA'


Omelia della nostra sorella Paola durante il triduo di S. Elisabetta

Nella Bolla di canonizzazione anno 1235, quando sant’Elisabetta fu proclamata santa, si legge:  “Siamo investiti da un turbine di stupore per i meriti della Santa, la quale visse povera di spirito, mite nella mente, deplorante i peccati propri e quelli altrui, sitibonda di giustizia, dedita alla misericordia, monda di cuore, veramente pacifica, …”
Sant’Elisabetta d’Ungheria incominciò presto a distinguersi in virtù e santità di vita.
Figlia, regina, sposa e madre di tre figli, nel tempo breve della sua vita   - soltanto 24 anni -   ha vissuto in modo intenso il suo rapporto con Dio e lo ha fatto coltivando la vita di preghiera e la vita attiva attraverso la cura dei bisognosi. Difatti, conobbe e amò Cristo nei poveri.
Il suo direttore spirituale Corrado da Marburgo ha raccontato che raramente  ha visto una donna così contemplativa come Elisabetta, che pure era dedita a molte attività. Quando ella usciva dalla sua preghiera privata, emanava dal volto un mirabile splendore e che dai suoi occhi uscivano come dei raggi di sole.
Sant’Elisabetta può essere considerata un vero gigante della fede, della speranza, della carità; che nella sua breve, ma intensa vita ci ha manifestato tutta la potenza dell’amore del Signore che ha reso fecondo ogni attimo della sua esistenza, e non solo per il suo tempo, ma per ogni tempo.
Una santità vissuta nella condizione di laica.
La sua testimonianza ci propone la vita cristiana come grazia, come dono di Dio, che viene elargita ai poveri di spirito, in un impegnativo cammino di conversione (“penitenza”), e traccia, in una interazione continua tra contemplazione e vita nel mondo, un avvincente percorso di carità per tanti uomini e donne chiamati a vivere lo spirito di Cristo nella quotidianità ed è un invito per tutti a vivere lo spirito di Francesco d’Assisi.
Sant’Elisabetta, nel suo cammino incessante per conformarsi a Cristo e farsi tutto a tutti, ha rafforzato l’azione missionaria della Chiesa, incarnando e diffondendo la spiritualità francescana come fermento di vita evangelica nelle comuni occupazioni del mondo, ponendo il principio della fraternità a fondamento del rapporto tra gli uomini.
Pur nella sua breve vita, e come donna, ha vissuto da protagonista nella sua epoca quanto il francescanesimo richiede in ordine allo stile di vita, alle relazioni familiari e interpersonali, alla riconciliazione tra le classi sociali, all’amministrazione dei beni, alla cura della “città”.
Così Sant’Elisabetta ha abbracciato la scelta di vita francescana,
sentendola propria vocazione, avvertendola come proprio modo di essere nel mondo.
Ella divenne terziaria francescana. In realtà, al tempo di Elisabetta non si  usava ancora il termine terziaria.  Ma c’erano  numerosi penitenti; molti uomini e donne del popolo seguivano la vita penitenziale indicata da san Francesco e diffusa dai suoi frati. Ed Elisabetta incarnò lo spirito penitenziale di san Francesco, ossia  abbandonare la vita mondana, praticare la preghiera, la mortificazione ed esercitarsi nelle opere di misericordia.
Entrò nell’Ordine della Penitenza quando era ancora in vita il marito Ludovico di Turingia; quando poi divenne vedova emise un ulteriore professione di fede: un Venerdì santo, quando gli altari erano spogli, poste la mani sull'altare in una cappella del suo castello, dove aveva accolto i Frati Minori, alla presenza di alcuni intimi, rinunziò alla propria volontà, a tutte le vanità del mondo e a tutto quello che nel vangelo il Salvatore ha consigliato di lasciare.
Così S. Elisabetta ha vissuto in pienezza il Vangelo della carità, della misericordia, dell’amore, nel secolo, nel mondo, e lo ha fatto nella sua condizione di regina, di sposa, di madre, poi vedova, ma comunque di donna laica, tra l’altro in un tempo  - quello medioevale -  dove l’onnipotenza del signore feudale era indiscussa.
Come san Francesco, Sant’Elisabetta si è sentita chiamata a vivere “senza nulla di proprio” e ciò significa vivere non ponendo se stessi al centro della propria vita, ma ponendo Dio al centro e il suo mistero di amore, che ci rende figli e ci rende fratelli, non trattenendo niente per sé ma restituendo a Dio ciò che ha dato e condividendolo con i fratelli.  
Ed Elisabetta ha fatto tutto questo nella sua condizione di laicità, nella fedeltà più piena alla propria posizione, alla propria condizione nel mondo, perché questa condizione fa parte del dono di Dio, è grazia di Dio, è terreno in cui seminare il bene e volgere il cuore dell’uomo alla misericordia di Dio.
Sant’Elisabetta si pone come esempio attuale per noi perché seguire le orme di Cristo non comporta per noi laici abbondanare tutto, nel senso di uscire dalla condizione di vita, di famiglia, dal proprio posto nella società. Al contrario si tratta di uscire invece da tutti gli egocentrismi che dominano la nostra vita: dalle ingiustizie, dall’indifferenza, dall’assuefazione (tutto ciò che rappresenta la vita animata dallo spirito della carne come ci ricorda s. Paolo) per assumere la propria condizione di vita nel mondo in modo nuovo, non da padroni ma da amministratori fedeli, a partire dalla propria quotidianità.
Elisabetta oggi ci ripropone la via francescana e ci ridice che la perfezione della carità non è una ascesi individualistica, ma è condivisione, condivisione piena: è uno “stare tra”, è uno “spezzare il pane con”, come Cristo è venuto a spezzare il pane con noi fino a farsi nostro “pane”.
S. Elisabetta ci ricorda che siamo chiamati a metterci in cammino; ci invita a convertire la ns. vita e ci esorta all’ordine dell’amore di Cristo da seguire nella ns. vita e a realizzare il piano d’amore di Dio per tutti noi e che passa dalla quotidianità della ns. esistenza  e dal nostro stile di vita.
Da qui la chiamata universale alla sanità.
La vocazione alla santità è per tutti ed ognuno dei cristiani. Tutti siamo chiamati alla santità e per tutti la santità è valore della propria vita e dunque realtà possibile e realizzabile nella propria vita.
Noi tutti in quanto laici e secolari perché inseriti nel mondo siamo chiamati a santificare il mondo creato rendendolo più cristiano nelle sue strutture e sistemi. Nella Costituzione apostolica Lumen Gentium (1964) è scritto:  
Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità.
E Giovanni Paolo II, nella Novo Millennio Inenunte (30) ha detto: “Tutti i fedeli di qualsiasi stato sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità”.

Ma prima ancora, Gesù stesso ci ha esortato: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro nei cieli” (Mt. 5, 48).
Ciò significa che donne e uomini laici, dunque, appartenenti ad ogni professione e alle diverse condizioni familiari, svolgendo il loro lavoro nel mondo con spirito cristiano, hanno ricevuto la vocazione di estendere il Regno di Dio.
Ogni cristiano, e dunque anche il laico, è chiamato alla piena sua santificazione, cioè alla più intima e profonda unione di vita possibile con Dio nel Cristo, perché santità è sempre e solo e per tutti partecipazione alla vita di Dio.
Il cammino della nostra santità laicale sarà il nostro "pellegrinare 
verso Dio nelle cose, nelle esperienze, nella storia di vita del ns. oggi, dell’ oggi ci occupa e preoccupa. Lo spazio della ns. santità è il "mio oggi".

Quindi il tempo della ia santità, è l'oggi.
L’oggi è il "tempo propizio", come dice s. Paolo(cfr. 2 Cor. 6, 2),  è il tempo di salvezza.

Il Santo è uno di noi che tuttavia non accetta di compromettersi con le ragioni secondarie del vivere: avere una famiglia felice, successo negli affari, gloria e affermazione nella società e in questa vita, o meglio non li accetta come se fossero le ragioni principali per le quali vale la pena di vivere. Il santo si spinge più lontano  - "duc in altum" –  e vive la vita e la morte e le esperienze tutte della sua vita orientandole a Dio.
Il Santo è l'uomo che si sente forte non per le proprie capacità, ma perché sa che tutti i suoi doni gli vengono da Dio.
Uno dei peccati più grandi della nostra cultura è proprio quello di staccare la fede dalla vita, il culto dalla vita. Non è possibile: il cristiano è cristiano sempre, non solo quando offre il culto a Dio, ma è cristiano nella vita di ogni giorno.
Siamo nell’anno della fede e il Papa, Benedetto XVI, ci invita a comprendere che il fondamento della fede cristiana è “l’incontro con un avvenimento, con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (Lettera enciclica Deus Caritas est n.1, cfr. Lett. Ap. “Porta fidei, introd.).
Questa è la conversione di vita da operare e realizzata da Sant’Elisabetta, che si pone come esempio per cambiare direzione alla ns. vita, per acquisire uno stile di vita nuovo orientato verso Dio.

Molte sono le figure di santi laici e di sante famiglie proclamate sante che nel loro vivere quotidiano sono diventati collaboratori di Dio.
Per rispondere alla chiamata alla santità che riguarda anche noi laici aiutano a riflettere le parole proprio di un santo laico (Attilio Giordani, cooperatore dell’Opera dei Salesiani, padre di famiglia, missionario, animatore dell’oratorio): ”la nostra fede deve essere vita”; “la misura del nostro credere si manifesta nel nostro essere”, soltanto così possiamo essere testimoni credibili e gioiosi del Signore che è morto e risorto per noi!

Ma il cammino alla santità appare un impegno così arduo e così grande di fronte  alla ns. pochezza, che richiede volontà e l’aiuto di Dio.
Così concludo con questa preghiera:
Prendimi come sono Signore,
prendimi come sono,
con i miei difetti,
con le mie mancanze,
ma fammi diventare come tu desideri.

Pace e Bene
Paola Di Girolamo, Ofs,
16 novembre 2012, in occasione del Triduo per S. Elisabetta 

SANT’ELISABETTA D’UNGHERIA TESTIMONE DELLA CARITA’


Omelia della nostra sorella Giovanna in occasione del triduo di S. Elisabetta

Innanzi tutto ringrazio P. Arsenio che anche questa volta dà a noi dell’ordine francescano secolare l’opportunità di parlarvi dei nostri Santi protettori ma soprattutto dei nostri esempi da seguire, come è appunto Santa Elisabetta d’ Ungheria  patrona dell’ ordine secolare.
Un anno fa sono stata invitata a parlarvi della santità di Elisabetta oggi ci soffermiamo sull’aspetto della carità.
La sua breve ma intensissima vita è piena di straordinari episodi, che mettono in luce come Elisabetta ha vissuto l’aspetto della carità, fatta di azioni e gesti appassionati tutti tesi, in ogni momento, in ogni situazione, in ogni condizione, a manifestare l’amore a Colui che per amore si è dato totalmente a noi. – tutto ciò che fa Elisabetta, lo fa PER AMORE DÌ GESU’ ed è questo che la rende santa.
Elisabetta nella sua giovane età ha un’idea molto moderna e innovativa del vivere la fede e del fare la carità; sicuramente anche scioccante nel tempo in cui viveva appunto nel medioevo.
Elisabetta è regina, e anche in questo vive ed attua un concetto di una regalità tutto nuova, è una regina che non si appropria dei beni, ma li condivide, è una regina che non si fa servire ma che si fa serva di tutti e in particolare degli ultimi, ed è, soprattutto una regina prostrata giorno e notte davanti all’unico vero re, che riconosce, il Signore Gesù, vive di Lui e si ciba di Lui e della sua Parola.
Credo che in questi momenti di meditazione la lettera di San Paolo ai Corinzi sia stato il suo pane quotidiano assimilandola fino in fondo, fino a diventare energia vitale mettendo in pratica quanto dice: (I Cor. 13,3-8)                                                                                                                                   “E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità.  Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.  La carità non avrà mai fine.” 
La vita e l’ opera di Elisabetta e fondata su questo ed è pura testimonianza tutta avvolta nella carità che è Dio.
Ella mette in pratica questo credo, questa fede, sposando appieno e abbracciando con gioia il programma d’ amore che Francesco d’ Assisi  in quel tempo andava predicando. Incarna e interpreta  in maniera eccelsa il concetto dell’essere “fratelli e sorelle della penitenza” - Elisabetta è la primordiale francescana secolare, è la capostipite dei terziari francescani che ai suoi tempi si chiamavano appunto “ fratelli e sorelle della penitenza”- a cui ci chiama ancora oggi la Chiesa sulle orme di S. Francesco.-                                                                                                        Elisabetta vive pienamente nei fatti e ci indica come la via della penitenza e della conversione non è qualcosa di mortificante e di lugubre ma vivere la penitenza è per Elisabetta  soprattutto e innanzi tutto un programma d’ amore e di crescita nell’ amore – anche questo è un’ altro modo molto moderno del suo stile per come interpreta il concetto della penitenza e probabilmente anche scandaloso a quel tempo.-                                                                                                                      Sente forte in lei questa vocazione di essere pienamente calata nel tessuto sociale e di operare tra gli uomini con amore, misericordia e carità e lo fa per due motivi :
- crede che così si rinnovino i rapporti tra gli uomini e                                                                                       - si rinnovino si rafforzino i rapporti tra gli uomini e Dio.                                                                                           Questo è l’ annuncio salvifico che sente di dover portare.  – qui mi ricorda San Francesco “ va e ripara la mia Chiesa”-.
Altro aspetto importante e che Elisabetta non vive ed opera la carità con stile romantico e sdolcinato con la sua vita ci dice  che la felicità non sta nell’aggrapparsi alle sicurezze materiali o rifugiarsi in  una religiosità disincarnata, ma sta nello spendersi, nel compromettere la propria vita, nel mettere in gioco il talento ricevuto, la grazia ricevuta, e di farlo  tra gli uomini, con gli uomini, per gli uomini, fratelli che il Signore ci ha donato, e Lei lo  fa fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo momento della propria vita. - come ascolteremo tra qualche sera nel suo transito.-
La sua carità ha varie caratteristiche: si fa audace, ha senso di giustizia, va contro corrente, non si limita all’azione immediata. Si fa provvidente, educatrice, aiuta a crescere e ad alzare la testa, dando a ciascuno non solo il necessario per sopravvivere, ma anche gli strumenti, la dove è possibile, per lavorare e per affrontare il futuro. Restituisce così dignità al povero, al più debole, additando a tutti la necessità di partire dai più deboli, di tenere conto dei più deboli proprio come fatto di civiltà.                                                                                                                         Elisabetta cerca di curare e custodire ogni dignità negata, violata, calpestata, non ci sono limiti alla sua donazione, al suo impegno per il bene, perché la sua misura è la misura altissima, è quella della passione di Cristo crocefisso.
Quando ormai non più regina, cacciata dal castello e potrà disporre così pienamente di se stessa, arriverà ad accogliere come figli i malati più ripugnanti, sentendoli come il dono più prezioso del Signore, sentendo tutta la gioia di potere in loro “lavare il Signore”, accudire le sue membra. Questa è la grandissima forza delle opere di carità di Elisabetta.
Altra caratteristica della carità che opera Elisabetta è la concretezza costruisce il primo ospedale come laica per soccorrere i malati, i pellegrini, i diseredati, i poveri, dove lei stessa ogni giorno serve con le sue mani;                                  e ancora  altra caratterizza del la sua opera di carità è  il coraggio denunciando, addirittura con l’astensione dal cibo, tutto ciò che è opera di ladrocinio sui poveri, tutto ciò che è stato sottratto alla mensa dei poveri, mettendosi così ancora una volta dalla loro parte; e arriva come donna, a dare esempio di autorità come servizio al bene comune.
Elisabetta pur essendo così lontana nel tempo possiamo dire che è così attuale nei suoi insegnamenti ed esempi da seguire, come non interrogarci sulle situazioni in cui versa la nostra società e guardare a lei  che ci invita a mobilitarci per la pace e il bene , ci richiama al senso della giustizia dell’ onesta operando sempre con amore e per amore.

Pace e Bene
Giovanna Sindaco, Ofs,
15 novembre 2012, in occasione del Triduo per S. Elisabetta