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domenica 18 novembre 2012

SANT'ELISABETTA, LAICA E SANTA: LA CHIAMATA UNIVERSALE ALLA SANTITA'


Omelia della nostra sorella Paola durante il triduo di S. Elisabetta

Nella Bolla di canonizzazione anno 1235, quando sant’Elisabetta fu proclamata santa, si legge:  “Siamo investiti da un turbine di stupore per i meriti della Santa, la quale visse povera di spirito, mite nella mente, deplorante i peccati propri e quelli altrui, sitibonda di giustizia, dedita alla misericordia, monda di cuore, veramente pacifica, …”
Sant’Elisabetta d’Ungheria incominciò presto a distinguersi in virtù e santità di vita.
Figlia, regina, sposa e madre di tre figli, nel tempo breve della sua vita   - soltanto 24 anni -   ha vissuto in modo intenso il suo rapporto con Dio e lo ha fatto coltivando la vita di preghiera e la vita attiva attraverso la cura dei bisognosi. Difatti, conobbe e amò Cristo nei poveri.
Il suo direttore spirituale Corrado da Marburgo ha raccontato che raramente  ha visto una donna così contemplativa come Elisabetta, che pure era dedita a molte attività. Quando ella usciva dalla sua preghiera privata, emanava dal volto un mirabile splendore e che dai suoi occhi uscivano come dei raggi di sole.
Sant’Elisabetta può essere considerata un vero gigante della fede, della speranza, della carità; che nella sua breve, ma intensa vita ci ha manifestato tutta la potenza dell’amore del Signore che ha reso fecondo ogni attimo della sua esistenza, e non solo per il suo tempo, ma per ogni tempo.
Una santità vissuta nella condizione di laica.
La sua testimonianza ci propone la vita cristiana come grazia, come dono di Dio, che viene elargita ai poveri di spirito, in un impegnativo cammino di conversione (“penitenza”), e traccia, in una interazione continua tra contemplazione e vita nel mondo, un avvincente percorso di carità per tanti uomini e donne chiamati a vivere lo spirito di Cristo nella quotidianità ed è un invito per tutti a vivere lo spirito di Francesco d’Assisi.
Sant’Elisabetta, nel suo cammino incessante per conformarsi a Cristo e farsi tutto a tutti, ha rafforzato l’azione missionaria della Chiesa, incarnando e diffondendo la spiritualità francescana come fermento di vita evangelica nelle comuni occupazioni del mondo, ponendo il principio della fraternità a fondamento del rapporto tra gli uomini.
Pur nella sua breve vita, e come donna, ha vissuto da protagonista nella sua epoca quanto il francescanesimo richiede in ordine allo stile di vita, alle relazioni familiari e interpersonali, alla riconciliazione tra le classi sociali, all’amministrazione dei beni, alla cura della “città”.
Così Sant’Elisabetta ha abbracciato la scelta di vita francescana,
sentendola propria vocazione, avvertendola come proprio modo di essere nel mondo.
Ella divenne terziaria francescana. In realtà, al tempo di Elisabetta non si  usava ancora il termine terziaria.  Ma c’erano  numerosi penitenti; molti uomini e donne del popolo seguivano la vita penitenziale indicata da san Francesco e diffusa dai suoi frati. Ed Elisabetta incarnò lo spirito penitenziale di san Francesco, ossia  abbandonare la vita mondana, praticare la preghiera, la mortificazione ed esercitarsi nelle opere di misericordia.
Entrò nell’Ordine della Penitenza quando era ancora in vita il marito Ludovico di Turingia; quando poi divenne vedova emise un ulteriore professione di fede: un Venerdì santo, quando gli altari erano spogli, poste la mani sull'altare in una cappella del suo castello, dove aveva accolto i Frati Minori, alla presenza di alcuni intimi, rinunziò alla propria volontà, a tutte le vanità del mondo e a tutto quello che nel vangelo il Salvatore ha consigliato di lasciare.
Così S. Elisabetta ha vissuto in pienezza il Vangelo della carità, della misericordia, dell’amore, nel secolo, nel mondo, e lo ha fatto nella sua condizione di regina, di sposa, di madre, poi vedova, ma comunque di donna laica, tra l’altro in un tempo  - quello medioevale -  dove l’onnipotenza del signore feudale era indiscussa.
Come san Francesco, Sant’Elisabetta si è sentita chiamata a vivere “senza nulla di proprio” e ciò significa vivere non ponendo se stessi al centro della propria vita, ma ponendo Dio al centro e il suo mistero di amore, che ci rende figli e ci rende fratelli, non trattenendo niente per sé ma restituendo a Dio ciò che ha dato e condividendolo con i fratelli.  
Ed Elisabetta ha fatto tutto questo nella sua condizione di laicità, nella fedeltà più piena alla propria posizione, alla propria condizione nel mondo, perché questa condizione fa parte del dono di Dio, è grazia di Dio, è terreno in cui seminare il bene e volgere il cuore dell’uomo alla misericordia di Dio.
Sant’Elisabetta si pone come esempio attuale per noi perché seguire le orme di Cristo non comporta per noi laici abbondanare tutto, nel senso di uscire dalla condizione di vita, di famiglia, dal proprio posto nella società. Al contrario si tratta di uscire invece da tutti gli egocentrismi che dominano la nostra vita: dalle ingiustizie, dall’indifferenza, dall’assuefazione (tutto ciò che rappresenta la vita animata dallo spirito della carne come ci ricorda s. Paolo) per assumere la propria condizione di vita nel mondo in modo nuovo, non da padroni ma da amministratori fedeli, a partire dalla propria quotidianità.
Elisabetta oggi ci ripropone la via francescana e ci ridice che la perfezione della carità non è una ascesi individualistica, ma è condivisione, condivisione piena: è uno “stare tra”, è uno “spezzare il pane con”, come Cristo è venuto a spezzare il pane con noi fino a farsi nostro “pane”.
S. Elisabetta ci ricorda che siamo chiamati a metterci in cammino; ci invita a convertire la ns. vita e ci esorta all’ordine dell’amore di Cristo da seguire nella ns. vita e a realizzare il piano d’amore di Dio per tutti noi e che passa dalla quotidianità della ns. esistenza  e dal nostro stile di vita.
Da qui la chiamata universale alla sanità.
La vocazione alla santità è per tutti ed ognuno dei cristiani. Tutti siamo chiamati alla santità e per tutti la santità è valore della propria vita e dunque realtà possibile e realizzabile nella propria vita.
Noi tutti in quanto laici e secolari perché inseriti nel mondo siamo chiamati a santificare il mondo creato rendendolo più cristiano nelle sue strutture e sistemi. Nella Costituzione apostolica Lumen Gentium (1964) è scritto:  
Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità.
E Giovanni Paolo II, nella Novo Millennio Inenunte (30) ha detto: “Tutti i fedeli di qualsiasi stato sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità”.

Ma prima ancora, Gesù stesso ci ha esortato: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro nei cieli” (Mt. 5, 48).
Ciò significa che donne e uomini laici, dunque, appartenenti ad ogni professione e alle diverse condizioni familiari, svolgendo il loro lavoro nel mondo con spirito cristiano, hanno ricevuto la vocazione di estendere il Regno di Dio.
Ogni cristiano, e dunque anche il laico, è chiamato alla piena sua santificazione, cioè alla più intima e profonda unione di vita possibile con Dio nel Cristo, perché santità è sempre e solo e per tutti partecipazione alla vita di Dio.
Il cammino della nostra santità laicale sarà il nostro "pellegrinare 
verso Dio nelle cose, nelle esperienze, nella storia di vita del ns. oggi, dell’ oggi ci occupa e preoccupa. Lo spazio della ns. santità è il "mio oggi".

Quindi il tempo della ia santità, è l'oggi.
L’oggi è il "tempo propizio", come dice s. Paolo(cfr. 2 Cor. 6, 2),  è il tempo di salvezza.

Il Santo è uno di noi che tuttavia non accetta di compromettersi con le ragioni secondarie del vivere: avere una famiglia felice, successo negli affari, gloria e affermazione nella società e in questa vita, o meglio non li accetta come se fossero le ragioni principali per le quali vale la pena di vivere. Il santo si spinge più lontano  - "duc in altum" –  e vive la vita e la morte e le esperienze tutte della sua vita orientandole a Dio.
Il Santo è l'uomo che si sente forte non per le proprie capacità, ma perché sa che tutti i suoi doni gli vengono da Dio.
Uno dei peccati più grandi della nostra cultura è proprio quello di staccare la fede dalla vita, il culto dalla vita. Non è possibile: il cristiano è cristiano sempre, non solo quando offre il culto a Dio, ma è cristiano nella vita di ogni giorno.
Siamo nell’anno della fede e il Papa, Benedetto XVI, ci invita a comprendere che il fondamento della fede cristiana è “l’incontro con un avvenimento, con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (Lettera enciclica Deus Caritas est n.1, cfr. Lett. Ap. “Porta fidei, introd.).
Questa è la conversione di vita da operare e realizzata da Sant’Elisabetta, che si pone come esempio per cambiare direzione alla ns. vita, per acquisire uno stile di vita nuovo orientato verso Dio.

Molte sono le figure di santi laici e di sante famiglie proclamate sante che nel loro vivere quotidiano sono diventati collaboratori di Dio.
Per rispondere alla chiamata alla santità che riguarda anche noi laici aiutano a riflettere le parole proprio di un santo laico (Attilio Giordani, cooperatore dell’Opera dei Salesiani, padre di famiglia, missionario, animatore dell’oratorio): ”la nostra fede deve essere vita”; “la misura del nostro credere si manifesta nel nostro essere”, soltanto così possiamo essere testimoni credibili e gioiosi del Signore che è morto e risorto per noi!

Ma il cammino alla santità appare un impegno così arduo e così grande di fronte  alla ns. pochezza, che richiede volontà e l’aiuto di Dio.
Così concludo con questa preghiera:
Prendimi come sono Signore,
prendimi come sono,
con i miei difetti,
con le mie mancanze,
ma fammi diventare come tu desideri.

Pace e Bene
Paola Di Girolamo, Ofs,
16 novembre 2012, in occasione del Triduo per S. Elisabetta 

SANT’ELISABETTA D’UNGHERIA TESTIMONE DELLA CARITA’


Omelia della nostra sorella Giovanna in occasione del triduo di S. Elisabetta

Innanzi tutto ringrazio P. Arsenio che anche questa volta dà a noi dell’ordine francescano secolare l’opportunità di parlarvi dei nostri Santi protettori ma soprattutto dei nostri esempi da seguire, come è appunto Santa Elisabetta d’ Ungheria  patrona dell’ ordine secolare.
Un anno fa sono stata invitata a parlarvi della santità di Elisabetta oggi ci soffermiamo sull’aspetto della carità.
La sua breve ma intensissima vita è piena di straordinari episodi, che mettono in luce come Elisabetta ha vissuto l’aspetto della carità, fatta di azioni e gesti appassionati tutti tesi, in ogni momento, in ogni situazione, in ogni condizione, a manifestare l’amore a Colui che per amore si è dato totalmente a noi. – tutto ciò che fa Elisabetta, lo fa PER AMORE DÌ GESU’ ed è questo che la rende santa.
Elisabetta nella sua giovane età ha un’idea molto moderna e innovativa del vivere la fede e del fare la carità; sicuramente anche scioccante nel tempo in cui viveva appunto nel medioevo.
Elisabetta è regina, e anche in questo vive ed attua un concetto di una regalità tutto nuova, è una regina che non si appropria dei beni, ma li condivide, è una regina che non si fa servire ma che si fa serva di tutti e in particolare degli ultimi, ed è, soprattutto una regina prostrata giorno e notte davanti all’unico vero re, che riconosce, il Signore Gesù, vive di Lui e si ciba di Lui e della sua Parola.
Credo che in questi momenti di meditazione la lettera di San Paolo ai Corinzi sia stato il suo pane quotidiano assimilandola fino in fondo, fino a diventare energia vitale mettendo in pratica quanto dice: (I Cor. 13,3-8)                                                                                                                                   “E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità.  Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.  La carità non avrà mai fine.” 
La vita e l’ opera di Elisabetta e fondata su questo ed è pura testimonianza tutta avvolta nella carità che è Dio.
Ella mette in pratica questo credo, questa fede, sposando appieno e abbracciando con gioia il programma d’ amore che Francesco d’ Assisi  in quel tempo andava predicando. Incarna e interpreta  in maniera eccelsa il concetto dell’essere “fratelli e sorelle della penitenza” - Elisabetta è la primordiale francescana secolare, è la capostipite dei terziari francescani che ai suoi tempi si chiamavano appunto “ fratelli e sorelle della penitenza”- a cui ci chiama ancora oggi la Chiesa sulle orme di S. Francesco.-                                                                                                        Elisabetta vive pienamente nei fatti e ci indica come la via della penitenza e della conversione non è qualcosa di mortificante e di lugubre ma vivere la penitenza è per Elisabetta  soprattutto e innanzi tutto un programma d’ amore e di crescita nell’ amore – anche questo è un’ altro modo molto moderno del suo stile per come interpreta il concetto della penitenza e probabilmente anche scandaloso a quel tempo.-                                                                                                                      Sente forte in lei questa vocazione di essere pienamente calata nel tessuto sociale e di operare tra gli uomini con amore, misericordia e carità e lo fa per due motivi :
- crede che così si rinnovino i rapporti tra gli uomini e                                                                                       - si rinnovino si rafforzino i rapporti tra gli uomini e Dio.                                                                                           Questo è l’ annuncio salvifico che sente di dover portare.  – qui mi ricorda San Francesco “ va e ripara la mia Chiesa”-.
Altro aspetto importante e che Elisabetta non vive ed opera la carità con stile romantico e sdolcinato con la sua vita ci dice  che la felicità non sta nell’aggrapparsi alle sicurezze materiali o rifugiarsi in  una religiosità disincarnata, ma sta nello spendersi, nel compromettere la propria vita, nel mettere in gioco il talento ricevuto, la grazia ricevuta, e di farlo  tra gli uomini, con gli uomini, per gli uomini, fratelli che il Signore ci ha donato, e Lei lo  fa fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo momento della propria vita. - come ascolteremo tra qualche sera nel suo transito.-
La sua carità ha varie caratteristiche: si fa audace, ha senso di giustizia, va contro corrente, non si limita all’azione immediata. Si fa provvidente, educatrice, aiuta a crescere e ad alzare la testa, dando a ciascuno non solo il necessario per sopravvivere, ma anche gli strumenti, la dove è possibile, per lavorare e per affrontare il futuro. Restituisce così dignità al povero, al più debole, additando a tutti la necessità di partire dai più deboli, di tenere conto dei più deboli proprio come fatto di civiltà.                                                                                                                         Elisabetta cerca di curare e custodire ogni dignità negata, violata, calpestata, non ci sono limiti alla sua donazione, al suo impegno per il bene, perché la sua misura è la misura altissima, è quella della passione di Cristo crocefisso.
Quando ormai non più regina, cacciata dal castello e potrà disporre così pienamente di se stessa, arriverà ad accogliere come figli i malati più ripugnanti, sentendoli come il dono più prezioso del Signore, sentendo tutta la gioia di potere in loro “lavare il Signore”, accudire le sue membra. Questa è la grandissima forza delle opere di carità di Elisabetta.
Altra caratteristica della carità che opera Elisabetta è la concretezza costruisce il primo ospedale come laica per soccorrere i malati, i pellegrini, i diseredati, i poveri, dove lei stessa ogni giorno serve con le sue mani;                                  e ancora  altra caratterizza del la sua opera di carità è  il coraggio denunciando, addirittura con l’astensione dal cibo, tutto ciò che è opera di ladrocinio sui poveri, tutto ciò che è stato sottratto alla mensa dei poveri, mettendosi così ancora una volta dalla loro parte; e arriva come donna, a dare esempio di autorità come servizio al bene comune.
Elisabetta pur essendo così lontana nel tempo possiamo dire che è così attuale nei suoi insegnamenti ed esempi da seguire, come non interrogarci sulle situazioni in cui versa la nostra società e guardare a lei  che ci invita a mobilitarci per la pace e il bene , ci richiama al senso della giustizia dell’ onesta operando sempre con amore e per amore.

Pace e Bene
Giovanna Sindaco, Ofs,
15 novembre 2012, in occasione del Triduo per S. Elisabetta

giovedì 4 ottobre 2012

Ogni uomo semplice porta in cuore un sogno...


Voglio sognare un mondo migliore dove il diritto al lavoro, alla casa, all’istruzione non sia un privilegio di pochi! Apro gli occhi e vedo persone che lottano per garantire almeno un pasto ai propri figli ed altre che vivono nell’insaziabilità.
Osservo la realtà e vedo persone che non guardano oltre'' se stesse'' e  vivono condizionate da una società consumistica nella quale il potere è dato dalla ricchezza e dal prestigio sociale. In tale contesto, il fine dell'agire non è più l'uomo, ma il consumismo che induce alla soddisfazione immediata dei bisogni e dove  i rapporti sociali sono vissuti velocemente in quanto la società chiede profitto, efficienza e velocità.
Sono, soprattutto, i giovani a subirne  le conseguenze in quanto essi si rispecchiano  in una cultura  del “successo ad ogni costo” dove sembra lecito raggiungere i propri scopi anche attraverso delle scorciatoie.
E' ovvio che le nuove generazioni si pongono delle domande: ''Perchè complicarsi la vita mediante sacrifici e impegnarsi nelle relazioni che richiedono onestà,coraggio della verità ?
Non è più facile mediante un social network pubblicare un post o mettere un mi piace a'' uno stato'' anziché  guardare negli  occhi  un amico e chiedergli '' qual è il tuo sogno''?
C'è chi sogna per realizzare i propri diritti,
C''è chi sogna per realizzare un mondo migliore,
C'è chi sogna per realizzare se stesso,
C'è chi sogna ad occhi  aperti.
Mi domando se l'uomo è nato per soddisfare esclusivamente i bisogni materiali o per assaporare anche quell’anelito di infinito presente in ogni anima?  
Sicuramente, ogni uomo anela ad una vita soddisfacente, ma l'assuefazione a  meccanismi abitudinari non permette di vivere con consapevolezza e di gustare il sapore delle gioie semplici.
Costruire un progetto di vita richiede un impegno graduale proprio come si edifica una casa, soltanto se sperimentiamo  percorsi di condivisione che fanno  ascoltare i prori  bisogni interiori senza calpestare i diritti altrui arriveremo“ una pietra dopo l'altra''  a costruire su basi solide i  rapporti umani.

M.Matitito

sabato 23 aprile 2011

Pasqua 2011

Resurrezione o Disperazione?
Dai la tua risposta
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Ricominciare dalla Speranza

E’ già Pasqua.
Avremmo dovuto attraversare il deserto della quaresima per raggiungere questo traguardo. Ma il deserto non esiste più. Così come non possono esistere più, in un mondo teso solo alla conquista del benessere, la sofferenza,  la morte e tutto ciò che comporta sacrificio, dolore, rinuncia. Anche in questa quaresima abbiamo cercato di rinfrescare il nostro deserto con bibite che non placano la sete, compatendo e giustificando mancanze e debolezze.
E adesso è troppo tardi: è già Pasqua.
Tutto ci è scivolato addosso.
E poi sarà ancora quaresima, e ancora Pasqua, e ancora.
Ma dov’è il nostro cuore? Dov’è la voglia di essere e andare oltre, dov’è il cambiamento, il passaggio dalla morte alla vita? Dov’è l’uomo nuovo dentro di noi?
In questi giorni abbiamo ascoltato e meditato brani evangelici dalla forza sconvolgente di uno tsunami come il cieco nato, la samaritana, la resurrezione di Lazzaro; brani che fanno tremare al solo pensiero della trasformazione che avviene nel più profondo di quegli uomini e donne. Brani che hanno intessuto una trama inquietante con le drammatiche realtà dello tsunami, del terremoto, del disastro nucleare, dell’esodo dei profughi africani che hanno sconvolto recentemente l’umanità intera.
E noi cristiani e francescani? Neanche la forza di arrabbiarci con Dio: “Signore dov’eri? Se tu fossi stato qui…” Abbiamo curato le nostre ricche liturgie sociali, virtuali, familiari, religiose accontentandoci di essere ancora vivi, almeno per questa Pasqua.  Abbiamo contornato la nostra esistenza di tutto ed ora il tutto ha sopraffatto la nostra stessa esistenza e l’essere non emerge più.
Oggi le chiese cantano di gioia per la resurrezione di Cristo ma domani sarà veramente un giorno diverso? Da che cosa ci riconosceranno? Le gerarchie ecclesiastiche pensano ad ingraziarsi i potenti distaccandosi dal popolo, spesso non abbiamo fiducia neanche nei nostri sacerdoti, noi laici abbiamo piegato e modellato i cardini della fede a seconda delle esigenze di ognuno.
Solo la Parola di Dio resta lì, verità eterna e immutabile, unica roccia su cui costruire una casa piena di vita, piena di speranza.
E’ urgente ricominciare: ricominciare dalla speranza!
La fede può essere finta, la carità ipocrita, ma la speranza no! La speranza non può essere falsa in un mondo disperato. La speranza vera si legge negli occhi e apre un sorriso che rimanda direttamente al cielo, attira le genti senza bisogno di gridare. La speranza è di chi non ha più niente e attraversa i mari per costruire un futuro ai suoi figli. La speranza è di chi è sommerso dal mare e scava tra le macerie della propria esistenza alla ricerca di un segno di vita. La speranza è di chi sfida le radiazioni per salvare l’umanità in pericolo. La speranza è un uomo solo abbracciato alla croce che cambia i destini del mondo. La speranza è di chi soffre immobile, è di chi piange i propri figli e si affida sfinito al Padre celeste.
La speranza è la primavera dell’esistenza: è avere, nonostante tutto, fiducia nelle promesse di Dio e cantare con il salmista: “Signore sia su di noi la tua grazia perché in te speriamo”.
Per questa Pasqua mi auguro e auguro a tutti noi di ricominciare dalla speranza.
Antonio Ferrigno

Esperienza di Fede... di Vita


Riconosco, Signore, la tua grandezza,
riconosco, Signore, la tua bellezza.
Sei la meraviglia; compi e hai operato meraviglie nella mia vita.
Grazie Signore!
Che anch’io possa essere per Te una tua meraviglia.

In fraternità quest’anno stiamo vivendo un proficuo percorso di lectio divina. La fraternità ha scelto di vivere la lectio come momento di preghiera comunitaria, meditazione personale e condivisione fraterna.
È risaputo che la “Lectio divina” significa: lettura orante, parola pregata, orazione meditata e che trattasi di un metodo privilegiato di preghiera con la Sacra Scrittura.
L’orazione è personale, ma non individuale perché dev’essere fatta con l’Altro. Difatti, quando ascoltiamo la Parola, ascoltiamo Gesù; quando preghiamo, parliamo a Gesù.
Perciò non basta leggere il testo biblico, ma è necessario rileggere per contestualizzare, cogliere i particolari relativi all’ambiente, ai personaggi, sottolineare i verbi e le parole ricorrenti, così da “ruminare” e  interiorizzare la Parola, al fine di arrivare nel cuore della stessa e al messaggio che il Signore ci vuole dare per renderlo attuativo nella nostra quotidianità, nella nostra vita, nella nostra storia di uomini e donne convertiti.
È un metodo di preghiera molto efficace per favorire il passaggio dal Vangelo alla Vita e dalla Vita al Vangelo così come esorta la Regola dell’OFS all’art. 4, che recita: “La regola e la vita dei francescani secolari è questa: osservare il Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo secondo l’esempio di S. Francesco d’Assisi, il quale fece del Cristo l’ispiratore e il centro della sua vita con Dio e con gli uomini”.
Per cui Cristo è da porre al centro della nostra vita, della nostra esistenza, della nostra storia di uomini cristiani francescani: quel Cristo scelto, voluto e amato.
La preghiera è il motore affinché Cristo sia il centro, sia l’ispiratore, sia la nostra stessa vita.
E come ci è stato insegnato “essere vivi significa nascere respirare  nutrirsi crescere esistere agire entrare in rapporto con gli altri”; e “il Vangelo fa nascere, respirare, nutre, insegna ad amare: è la vita cristiana, è la vita secondo lo Spirito, è la vita redenta che Gesù ci ha donato” (P. Luigi Monaco).
E la Lectio divina, prima ancora di essere una scuola di preghiera, è scuola di vita, per fare di noi dei “missionari” nel mondo e dei testimoni di Cristo. Quindi non è sufficiente limitarsi ad ascoltare la Parola di Dio, ma occorre diventare realizzatori della Stessa. Ricordiamo le parole di Gesù: “Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt. 7,21), che san Francesco fece sue: “La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo  Vangelo ed imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l’impegno, con tutto lo slancio dell’anima e del cuore la dottrina e gli esempi del Signore nostro Gesù Cristo” (FF. 466).
Il percorso formativo di lectio è stato suddiviso in tre momenti salienti. La fraternità prima si è incontrata per l’ASCOLTO della Parola nella preghiera comunitaria, ove al centro è stato posto il brano evangelico, ossia Gesù che parla. Poi, nel silenzio delle nostre case, a livello personale, abbiamo avuto modo di meditare, interiorizzare, ruminare, pregare la Parola ascoltata e in un successivo incontro di fraternità abbiamo fatto la RISONANZA: ossia la condivisione della Parola che ha toccato il nostro cuore. Infine, il tutto è confluito in un successivo incontro di VERIFICA, su come la Parola ha trovato compimento nella nostra vita divenendo azione.
Nell’arco degli anni vissuti in fraternità tanti sono stati i momenti profondi, proficui, fecondi, talvolta anche nascenti da periodi di difficoltà o di aridità, ma non ricordo di aver vissuto prima un’esperienza così forte di spiritualità e soprattutto di così ampio grado di apertura del cuore  da parte di tutti.
Questo è stato possibile perché Cristo è stato posto al centro della nostra preghiera personale, così com’è stato posto al centro del nostro volerci incontrare fraternamente in Lui e volerLo condividere in quanto ricchezza che non può essere trattenuta,  ma che, traboccante, si ha bisogno di donare all’altro.
Sono convinta che tutto ciò si è potuto compiere per mezzo dell’azione dello Spirito Santo, che ci ha guidati e illuminati e aperto i nostri cuori prima all’Altro per eccellenza e poi ai nostri confratelli. 
E’ un tempo di grazia che il Signore ci sta donando e oggi appare un dono gratuito rispetto al passato nel quale, quando ci sono stati momenti di disagio o difficoltà fraterne, abbiamo sentito il Suo intervento purificatore e guaritore: Lui, il Signore e Maestro, ci ha indicato e condotti, per mano, sulla retta via.
È un tempo di grazia per il quale lodo e ringrazio Iddio che rende la fede di questa fraternità sempre più matura, che sempre più la invita a crescere nell’Amore e nella coerenza.
Forte è stata la commozione, ma non si è trattato, per quel che mi concerne, soltanto di bei momenti di forte spiritualità legati all’emotività, ma di emozione consapevole del dono grande che il Signore ci sta facendo: una fraternità in cammino… che cresce nella fede ed è consapevole della propria scelta di vita francescana, così da divenire più “feconda”.
Questa in effetti sono io: una donna in cammino… che cresce nella fede e nella consapevolezza, soprattutto nella gioia per la certezza della presenza e dell’amore del Dio vivente.
Ho nel cuore tanta gratitudine per quel che Dio opera in noi, …in me.
Egli mi chiede di trasformarmi in Lui, rinnovarmi in Lui, abbandonarmi in Lui, avere fiducia:  Lui che è Tutto.
Questo è quello che ho nel cuore e che questa esperienza spirituale mi sta facendo vivere: la certezza di Lui.
Difatti, in me questo percorso fraterno intrapreso ha avuto una risonanza particolare, direi immediata. Nell’ascolto subito ho capito quello che doveva divenire actio, e quindi quello che il Signore voleva da me.
Trattasi di azioni, gesti quotidiani che fanno la differenza nell’essere donna, cristiana francescana; meditazione che mi sono impegnata di mettere in pratica dal momento che solo l’amore muove tutte le cose. Tale meditazione personale poi è confluita in una riflessione ancora più grande che è risuonata in me nel secondo percorso di lectio divina iniziato in fraternità e che si sostanzia nell’accoglienza della propria storia personale, perché Dio interviene nella nostra e nella mia vita  come solo una Madre sa fare.
E così, in questo tempo di meditazione, anche senza comprendere, fidandomi e affidandomi, ho ricordato ciò che mi aveva già insegnato: Lui sa ciò che è bene per me.
E ho sentito tanta serenità e tanta gioia perché, Tu, Signore, ci sei sempre.  Questa è consolatio: assaporare la dolcezza della Tua presenza.
Grazie per questo cammino spirituale che fraternamente stiamo vivendo e che personalmente ci coinvolge; grazie perché questa esperienza di fede è esperienza viva di Te ed è esperienza di vita.

L’origine della scala della preghiera
Un monaco certosino di nome Guigo, nel XII, sec., propose un metodo di preghiera in quattro fasi, che così descrive: la lettura “porta il cibo sostanzioso alla bocca”, la meditazione “macina e tritura questo cibo”, l’orazione “arriva a gustarlo” e la contemplazione è la dolcezza stessa che riempie di gioia e trasforma”. Guigo paragona il suo metodo a una scala, percorrendo la quale si compie in noi una progressiva evoluzione, così illuminati e nutriti dalla Parola di Dio entriamo nell’obbedienza al Padre che Gesù vuole comunicarci per fare la sua volontà.  Ecco nello specifico i gradini.
Lectio: la lettura è ascolto attento e docile delle Scritture fatto nel silenzio interiore. Si tratta di ascoltare e accogliere, prima ancora di riflettere.
Signore Gesù, Figlio del Dio vivo, Parola fatta carne che illumini ogni uomo, insegnami ad ascoltare ciò che tu mi dici nella Santa Scrittura e a scoprirvi il tuo vero volto e quello del Padre tuo.
Meditatio: la meditazione consiste nel riflettere e indagare su una verità nascosta. Quindi, nella lettura occorre “cercare” (= meditare), che significa fare l’analisi del testo per poter prestare attenzione alle parole e al contesto.
Signore Gesù, Figlio del Dio vivente, insegnami a masticare e assimilare la Parola viva del tuo Vangelo, affinché essa mi trasformi e renda il mio spirito pienamente conforme a ciò che Tu sei e a ciò che Tu vuoi.
Oratio: l’orazione è l’adesione del cuore a Dio in un dialogo amicale. La Parola venuta in noi, torna a Dio sotto forma di preghiera.
Signore Gesù, Figlio del Dio vivo, insegnami a parlare al Padre con il quale Tu dialoghi continuamente nel vincolo dello Spirito Santo. Accendi il mio cuore con l’Amore che ti unisce al padre e sii Tu stesso in me continua preghiera.
Contemplatio: la contemplazione è l’elevazione in Dio dello spirito umano in una comunione d’amore trinitaria. È adesione a Dio con la mente e col cuore. Tutti gli uomini sono chiamati a questa unione, ma pochi ci riescono. Si assapora la dolcezza della gioia eterna.
Signore Gesù, Figlio del Dio vivo, scava nel mio cuore una sete d’amore così grande che il tuo Spirito mi faccia partecipare alla comunione d’Amore delle tre persone divine, in quel silenzio che trascende ogni parola e ogni sensazione.
Dato che solo l’amore spinge all’azione…(S. Teresa di Lisieux), il resto della vita è: 
Actio: Manifestare nelle azioni la carità che nutriamo nel cuore. L’uditore della Parola deve metterla in pratica.
Signore Gesù, Figlio del Dio vivo, Parola di Dio divenuta uomo, vieni tu stesso in me e porta a pieno compimento la luce e la tenerezza divina che ho ricevuto dalle Sacre Scritture. Tu che hai mangiato, dormito e lavorato, insegnami ad essere pura trasparenza di te quando mangio, dormo, lavoro e in qualsiasi altra azione della mia vita.
Secondo il metodo adottato dal Card. Carlo Maria Martini l’actio è preceduta da ulteriori pilastri:
la consolatio, che significa avvertire il tocco di Dio; la discretio o discernimento, ossia comprendere la differenza tra valori e non; la deliberatio, cioè la scelta di azioni e di uno stile di vita conforme al Vangelo, che inevitabilmente non può che sfociare nell’actio.
Paola Di Girolamo

L'OFS ad Assisi: Cercatori di Cristo

Recarmi ad Assisi è stata ancora una volta un’esperienza nuova, unica, diversa per tempi e modalità dalle precedenti, ma sicuramente identica per intensità ed emozioni che mi ha arricchito nell’animo e rinvigorito la convinzione di proseguire nel percorso di professione francescana intrapreso.

Erano trascorsi pochi mesi dall’ultimo viaggio ad Assisi e portavo ancora dentro i ricordi della recente visita effettuata unitamente a mia moglie Rosa, in occasione delle vacanze estive, nei luoghi di S. Francesco e S. Chiara.
Era stata un’esperienza di viaggio vissuta in un clima di pace e serenità che in entrambi aveva lasciato un profondo sentimento di fede e, soprattutto, alimentato il desiderio di riviverlo quanto prima.
Ebbene, ad inizio anno, il Consiglio OFS di Piedigrotta ha organizzato il pellegrinaggio ad Assisi. Quale occasione migliore per me e Rosa ritornare ad Assisi insieme ai nostri fratelli!
Il tema scelto per il viaggio: “Cercatori di Cristo Sulle orme di San Francesco”, indubbiamente forte per significato, mi ha esortato sin dalla partenza ad interrogarmi sulla mia identità cristiana e sulla responsabilità di realizzarla alla luce di una scelta di vita francescana. Sono state le continue riflessioni su tale argomento ed i momenti di preghiera che hanno caratterizzato e dato il vero senso ai giorni del pellegrinaggio.
Ho sempre considerato la terra di Assisi un luogo speciale ove l’ascolto della Parola, l’invocazione all’Altissimo, assumono un significato profondo rilevandosi come un intimo e diretto dialogo con il Signore.
Infatti, è stato in occasione della recita dei Vespri presso il Convento di San Damiano che ho vissuto un’esaltante esperienza di preghiera. Sarà stata l’atmosfera mistica ed il silenzio del posto, che in tale circostanza ho vissuto un solenne momento di concentrazione spirituale, di meditazione, contrassegnato ancor di più dalla felicità, che ancora mi porto dentro, di averlo realizzato e condiviso con la mia fraternità.
Cosa mi porto dentro da questo viaggio? Recarmi ad Assisi è stata ancora una volta un’esperienza nuova, unica, diversa per tempi e modalità dalle precedenti, ma sicuramente identica per intensità ed emozioni che mi ha arricchito nell’animo e rinvigorito la convinzione di proseguire nel percorso di professione francescana intrapreso.
Muoversi in quei luoghi santi è stata ancora una volta un’occasione personale di crescita spirituale, ma soprattutto un ulteriore opportunità di conoscenza dei miei “compagni di viaggio” e ancor di più di me stesso.
Scorgere in loro e nella loro semplicità, la commozione, la speranza, la fatica, la gioia, il sorriso, l’amore verso il Signore è stato come percepire i miei stessi sentimenti e rivedermi, in una certa misura, nel mio cammino di vita, di fede, di ricerca di Cristo.
E per questo motivo che ringrazio tutti i fratelli che hanno partecipato al pellegrinaggio per il ricordo indelebile di quei momenti di preghiera, di riflessione, di silenzio, di ascolto, di comunione, di allegria che conserverò affettuosamente nel mio cuore, ma soprattutto per avermi donato un’occasione di vera, spontanea e sincera Fraternità.
Stefano Esposito